Corrispondenza dalle gabbie: 10°, 11°, 12° udienza

Con le udienze del 6, 8 e 13 ottobre si è riaperto, dopo la pausa estiva, il processo al PC P-M (Partito Comunista Politico-Militare) e ai compagni coinvolti nell’inchiesta dall’operazione “Tramonto” culminata con gli arresti del 12 febbraio 2007.
Una ripresa che avviene nel pieno della più grande crisi finanziaria che abbia scosso il sistema capitalistico mondiale da quella del ’29. Una crisi finanziaria che, nonostante i patetici sbracciamenti di tutte le teste d’uovo delle economie imperialiste che si affannano a declamare che “non siamo alla fine del capitalismo”, e un vero e proprio “de profundis” dell’illusione di aver trovato nella cosiddetta leva finanziaria la magica soluzione alle principali conseguenze della crisi generale di sovrapproduzione che attanaglia il capitalismo dall’inizio degli anni ’70.
Con questa crisi, oltre all’enorme distruzione di “ricchezza cartacea”, si chiude definitivamente la porta del ripescaggio finanziario del capitale eccedente (che non riesce a reinserirsi proficuamente nel ciclo produttivo) che la crisi di sovrapproduzione determina.
E’ la più chiara dimostrazione che il capitalismo non solo non è eterno, ma è anche destinato a precipitare, tornante dopo tornante, in una spirale di crisi sempre più profonda.
Una spirale che assieme alla tragica realtà di impoverimento, fame, devastazioni e guerre riporta in primo piano la prospettiva e la necessità della rivoluzione proletaria, della distruzione del potere della borghesia imperialista, classe di affamatori e guerrafondai e dell’edificazione di un nuovo sistema sociale, il socialismo.
In pratica tutto ciò che con questo processo la giustizia borghese del nostro paese si illude di negare con la repressione.
Una repressione che per quanto riguarda i compagni prigionieri, non si limita all’ambito processuale; infatti la ripresa del processo avviene anche all’insegna dei fatti accaduti nel carcere di Rebibbia a Roma e denunciati in aula dai compagni stessi.
Anche in questa occasione la corte si è opposta a far fare la dichiarazione, in quanto non concernente il dibattimento, limitandosi a mettere agli atti processuali un documento di denuncia dell’accaduto. Lo stesso di cui vi mandiamo copia per dare ulteriore voce ai fatti di Rebibbia.
Chiaramente i compagni non si sono rassegnati alle limitazioni della corte ed hanno fatto sentire ugualmente la loro voce, pur tra le interruzioni e le minacce di espulsione dall’aula da parte del giudice.
L’intento della giustizia borghese è sempre quello perseguito fin dall’inizio: negare il carattere politico del processo. E per farlo cerca, spesso inutilmente, di separare il dibattimento in aula da tutto quello che succede fuori.
Così come non tiene in alcun conto l’identità e la provenienza di classe degli imputati, la solidarietà nazionale ed internazionale espressasi con calore anche in questa ripresa e il contesto politico generale di crisi economica, attacchi ai lavoratori e guerre imperialiste in cui i compagni hanno promosso le iniziative incriminate, altrettanto tiene separato dal processo il trattamento carcerario.
Un trattamento che invece ha avuto pesanti ingerenze nel procedimento giudiziario sin dal giorno degli arresti: prima con l’uso pesante ed arbitrario dell’isolamento, poi con l’allontanamento fino a 1300 km dalla sede del processo (così da interferire sul diritto alla difesa e nei legami affettivi), con continui ostacoli a colloqui, telefonate e corrispondenza ed infine con i pestaggi.
Ma ancora persevera l’ipocrisia dei tribunali borghesi che non considerano questi fatti, parte integrante del processo.
Al termine dell’udienza dell’8 ottobre, i compagni agli arresti domiciliari hanno presentato un documento in cui si affiancano alla denuncia dei compagni prigionieri sui pestaggi di Rebibbia e denunciano la loro condizione che, a distanza di 20 mesi dall’arresto, ancora vede un pesante stato di segregazione in casa, stante l’assurdo e totale divieto di comunicare con l’esterno (sia via lettera che tramite telefono), cosa permessa loro quando erano in carcere.
All’udienza del 13 ottobre, invece, un compagno ha fatto una dichiarazione affermando che “il modo di muoversi circospetto” degli imputati emerso dalle testimonianze degli sbirri è dovuto alla coscienza maturata in decenni di schedature e infiltrazioni ad opera degli uffici politici delle questure che, quali fondamentali strumenti di controrivoluzione, sono sempre all’erta nel prevenire al fine di reprimere ogni istanza politicamente autonoma del contesto istituzionale borghese che la classe proletaria produce. Cosa che fa emergere chiaramente il carattere di banda armata dello Stato borghese rispetto al quale il proletariato deve necessariamente attrezzarsi per portare avanti la sua lotta.
Per il resto le udienze si sono rivelate una pallosa passerella di agenti della DIGOS che hanno messo in mostra le loro tecniche e “capacità” di intercettare e pedinare gli imputati.
Da registrare il fatto che “l’incidente” della pistola SIG SAUER, presente nella banca dati delle forze dell’ordine con tanto di ordine di distruzione ed invece rinvenuta tra le armi sequestrate, è divenuto un errore di cui, tra l’altro, non si spiega l’origine. Inoltre l’accusa è riuscita, tramite risibili artifici, a far entrare in lista testi un perito ampiamente fuori dai termini di tempo consentiti, cosa che analogamente era stata rifiutata alla difesa.
Anche in questo caso l’imparzialità della corte lascia ampiamente a desiderare, ma di certo non ce ne stupiamo.
Invece, come spesso è successo, la parte migliore ci è stata riservata dal pubblico: compagne e compagni, di cui molti dall’estero, familiari, parenti, compagni di lavoro e semplici conoscenti hanno voluto caratterizzare questa ripresa all’insegna della solidarietà riempiendo l’aula di slogan rivoluzionari ed internazionalisti.

A loro vanno tutti i nostri ringraziamenti.

A pugno chiuso

I compagni prigionieri

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