Corrispondenza dalle gabbie 14° Udienza

Il 7 novembre si è tenuta la 14a udienza.
È stata piuttosto movimentata. La presentazione del nostro ultimo documento politico è stata occasione per l’ennesimo scontro sui termini del processo politico.
Alla strategia repressiva totale, portata avanti dal PM, si associa ormai piattamente pure la Corte, che calpesta, spudoratamente l’elementare diritto del disporre in gabbia di testi e documenti oggetto della difesa politica. Si è arrivati al colmo di rifiutarci la restituzione del documento persino per firmarlo.
Questo stravolgimento delle stesse regole di diritto borghese si spiega e si inserisce unicamente nelle ragioni politiche dello scontro.
E queste consistono nelle esigenze della guerra di classe, della controrivoluzione preventiva, della strategia di annientamento dell’istanza rivoluzionaria. Esigenze tanto più forti oggi, quando la crisi capitalistica precipita e fa esplodere tutte le contraddizioni.
Il loro accanimento è semplicemente rivelatore, sintomo della paura che hanno di possibili sviluppi rivoluzionari.
Noi siamo intervenuti a più voci, per affermare l’essenziale: questo è un processo politico, la questione politica rivoluzionaria da noi posta e avanzata è il succo del processo.
D’altronde, nel caso dei compagni rivendicanti il percorso organizzativo, ciò è l’unico oggetto in questione, rifiutando di giustificare alcunché: siamo in carcere per le ragioni e la prassi della rivoluzione proletaria. Queste rivendichiamo, queste difendiamo.
Lo Stato borghese, nelle sue articolazioni giudiziario-poliziesche, si rapporta a noi con pura logica repressiva, di guerra. Fa carta straccia della sua stessa legalità, delle sue regole di diritto, attuando nei fatti procedure speciali, militarizzanti.
Ciò che, si situa nel più generale evolversi dello scontro di classe: la militarizzazione di territori in lotta, dei settori proletari più sfruttati come gli immigrati, fino all’attuale strategia squadristico-poliziesca contro il movimento nelle scuole e in alcune fabbriche. Il tutto con la benedizione dei più eminenti personaggi del terrorismo di Stato: Kossiga, Gelli, Dell’Utri, ecc.
La conclusione non poteva essere che la nostra espulsione dall’aula.
Cosa che assumiamo come momento di scontro, come esplicitazione dell’inconciliabilità degli interessi in campo, come rappresentazione politica nel “processo di rottura” di quella che deve essere il percorso di determinazione rivoluzionaria, nella più ampia costruzione dell’autonomia di classe.
Il documento in oggetto  “La Rivoluzione è necessaria, la Rivoluzione è possibile”  è la sintesi più compiuta con cui noi, in quanto militanti per la costituzione del PCp-m più altri due militanti comunisti rivoluzionari, caratterizzano questa fase di scontro attorno alla prospettiva rivoluzionaria, e qui nella condizione di prigionieri politici.
I compagni rimasti in aula, sia altri due prigionieri che quelli ai domiciliari, hanno successivamente preso parola per solidarizzarsi e per denunciare questa ennesima torsione allo stesso diritto borghese, l’impronta repressiva con cui procede questo processo politico.
Così come il pubblico ha fatto costantemente sentire la propria presenza e sostegno solidale.
Particolarmente significativa la presenza di compagni operai dalle fabbriche di provenienza di alcuni di noi. Un’ultima perla d’accanimento repressivo è che il PM vuole indagare sul come il nostro documento abbia potuto essere trascritto su computer: forse il trattamento carcerario non è abbastanza ristrettivo? Oppure si tratta di colpire la cooperazione solidale.
In tutti i casi, impedire l’espressione dell’istanza rivoluzionaria.
Al movimento di classe, alle forze militanti il saper assumere lo scontro attuale, per come esso è, per come la borghesia per prima lo dichiara e lo conduce.
D’altronde alla crisi catastrofica capitalistica non c’è soluzione per vie ordinarie:
o guerra imperialista, o guerra rivoluzionaria di classe!

Gli imputati

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