Comunicato dei compagni prigionieri alla Corte

AL PRESIDENTE DELLA I° SEZIONE DELLA CORTE DI ASSISE DI MILANO DOTT. LUIGI DOMENICO CERQUA
NOI NON CI SAREMO
Noi, militanti comunisti imputati in questo processo, dichiariamo che oggi e nelle prossime udienze abbandoneremo l’aula nel momento in cui sfileranno i cosiddetti pentiti o collaboratori di giustizia. Un solo compagno rimarrà in aula in semplice qualità di osservatore.
Questa decisione ci coinvolge tutti perché non vogliamo legittimare in alcun modo, nemmeno con la nostra presenza critica, la produzione e l’utilizzo giudiziario di queste figure. Figure di testimoni della corona, aberrazioni giuridiche che caratterizzano oggi il diritto borghese e che ne svelano anche la natura di strumento di oppressione in mano alla classe dominante.
La produzione di queste figure sembra ormai essere il principale scopo di questa giustizia. Si coltiva la prostituzione dell’identità dei singoli con l’intento di utilizzare il tradimento e l’infamia come armi di distruzione di massa contro la collettività; nel nostro caso contro comunisti che lottano per la difesa strategica degli interessi della loro classe.
Anche nell’inchiesta che ci ha coinvolto, infatti, è stato fatto il massimo sforzo per produrre figure di questo tipo, come testimoniano il trattamento particolare riservato agli imputati, i mesi e gli anni di isolamento, le speciali condizioni di detenzione in reparti di tipo punitivo che hanno interessato diversi di noi. Questo lavoro di cui il PM si è dimostrato tenace cultore ha prodotto unicamente il cosiddetto pentimento di Rossin. E basta leggere i verbali dei suoi interrogatori per avere una chiara visione di come “il gioco del gatto con il topo”, condotto dalla pubblica accusa, ha portato alla distruzione dell’identità e alla prostituzione di una persona che è stata trasformata in un rottame, portandolo così a dire, anche se con una certa “fatica”, tutto quello che da lui si è voluto fosse detto.
Ma evidentemente non è bastato visto che, nei mesi successivi agli arresti del 12 febbraio 2007, per gli inquirenti, la compattezza degli imputati era da considerarsi così negativamente da essere motivo di non concessione degli arresti domiciliari per alcuni. Quindi si è pensato bene di colmare la carenza attingendo a figure “storiche” dell’infamità criminale appartenenti alla cosiddetta mafia del Brenta. Ecco così letteralmente comparire nel processo Felice Maniero, alias “Faccia d’Angelo” e alcuni suoi accoliti, tutti personaggi della malavita locale veneta poi convertiti in spacciatori internazionali di eroina per approdare, in conclusione, al ruolo di collaboratori dello stato.
Un personaggio, il Maniero che ha sempre saputo tutelare bene i suoi interessi nelle trattative con le bande armate dello stato come si era potuto vedere anche nella eclatante vicenda del mento di S. Antonio, sottratto alla Basilica del Santo a Padova per essere scambiato, tramite restituzione concordata, con un trattamento di favore da parte di alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri che su questi intrallazzi coglievano i meriti per fare carriera. Nell’accordo di “pentimento” finale poi è stata compresa la salvaguardia dell’intero patrimonio costituito dai proventi delle attività cosiddette illecite, a testimonianza del fatto che lo stato borghese può accogliere il “figliuol prodigo” riconvertendolo in stimato miliardario, coperto da una nuova identità, nonché titolare di alcune fabbriche tessili in modo che possa regolarmente realizzarsi nel ruolo di pescecane sfruttatore.
Evidentemente la moralità non ha più niente a che fare (se mai ne ha avuto) con la borghesia e con la sua giustizia.
Ma, lasciando perdere le questioni morali, che dovrebbero sorgere in merito all’utilizzo ai fini di giustizia di queste persone, a noi interessa denunciare politicamente che questo utilizzo viene messo in atto nel processo con l’intento di destabilizzare l’identità collettiva comunista e rivoluzionaria di noi imputati.
Anche questa è un’altra evidenza della debolezza politica dell’accusa che deriva dalla debolezza politica della borghesia di fronte alla crisi del suo sistema e alla lotta di classe condotta dai lavoratori e dal proletariato.
Per cercare di negare la possibilità e la necessità della rivoluzione proletaria tutte le armi sono buone e tutti i collaboratori vengono chiamati all’appello.
Con questi personaggi noi non abbiamo niente a che fare mentre molto ne hanno i solerti e prezzolati funzionari dello stato che con loro hanno trattato, con cui hanno fatto accordi miliardari.
Con questi accordi la borghesia li ha accolti tra le braccia della sua legalità e oggi pagano l’ennesima rata del loro infame tributo, testimoniando tutto quello di cui vengono imbeccati.
Per parte nostra possiamo solo ribadire che abbiamo invece a che fare con i proletari che lottano, con gli operai che si organizzano contro i padroni, con i rivoluzionari che combattono l’oppressione e lo sfruttamento, con i popoli che lottano contro l’imperialismo.

Milano 04-12-2008
MILITANTI COMUNISTI PRIGIONIERI DEL PROCESSO AL PC P-M

 

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