Lettera di alcuni compagni/e sull’8 marzo

Care compagne e compagni, vi scriviamo questa lettera in occasione dell’8 marzo perché questa Giornata Internazionale di lotta appartiene alla storia del movimento comunista e dell’emancipazione delle donne e non ne possiamo accettare lo sfruttamento commerciale con cui la borghesia cerca di appropriarsene per gonfiare le proprie tasche e per svuotare di significato una giornata che rappresenta la lotta di tante proletarie. Questa Giornata nasce nel 1910 su proposta della compagna Clara Zetkin, durante la 2° Conferenza delle donne dell’Internazionale Socialista, per rilanciare il ruolo fondamentale delle donne nella lotta rivoluzionaria in seguito a un lungo periodo che aveva visto in molti Paesi una grande mobilitazione, duramente repressa dalla polizia in vari episodi, di operaie che scioperavano contro le condizioni di lavoro massacranti. Viene poi stabilita la data dell’8 marzo, come “Giornata Internazionale dell’Operaia”, nel giugno del 1921 dalla Seconda Conferenza delle donne comuniste nell’ambito della Terza Internazionale, ricordando la manifestazione spontanea delle operaie di Vyborg (Pietrogrado) dell’8 marzo 1917, a cui si unirono gli operai metallurgici, che portò in piazza 90.000 scioperanti. Pensiamo che oggi sia molto importante riflettere sulla condizione delle donne proletarie nella società capitalista, proprio a fronte della campagna mediatica che nell’ultimo periodo vediamo propagandare le posizioni di forze politiche reazionarie, in alcuni casi dichiaratamente fasciste, che strumentalizzano la violenza sulle donne con lo scopo di legittimare l’escalation sicuritaria che ha, in realtà, come fine il controllo sociale. Ultimo esempio di ciò è il “decreto antistupro”approvato il 20 febbraio. È ripugnante la mistificazione che viene fatta di un problema reale come quello della violenza sulle donne. Se riflettiamo sul fatto che l’80% degli stupri e delle violenze sulle donne viene fatto in ambito familiare e che il 92% del totale è commesso da italiani, ci rendiamo ben conto che il problema non sono gli immigrati. E’ chiaro come questo decreto, pubblicizzato come “antistupro”, in realtà è finalizzato al peggioramento delle condizioni di vita degli immigrati in genere. Ne sono esempio la reclusione arbitraria nei Centri di Espulsione e la legalizzazione della pratica squadrista delle ronde. Tutto questo rientra nella politica del “divide et impera” che da sempre la borghesia usa, facendo leva sulle differenze, come quelle etniche e di genere, per creare divisioni tra gli sfruttati e assicurarsene il controllo. Controllo che diventa sempre più importante in momenti come questo, in cui la borghesia vuole far pagare la crisi economica alle masse popolari con licenziamenti di massa, tagli sulla spesa pubblica e la cancellazione dei diritti conquistati dai lavoratori e dalle lavoratrici. A fronte di questi attacchi la borghesia teme un radicalizzarsi delle lotte e del dissenso, per questo crea un nemico fittizio, l’immigrato, strumentalizzando le violenze sulle donne affinché il proletariato italiano non si unisca a quello immigrato, facendo credere parallelamente alle donne di “proteggerle” quando invece sono e saranno proprio loro le prime a essere immolate sull’altare del profitto e saranno quelle su cui la crisi si abbatterà con più violenza. Infatti è importante ricordare che in periodi come questo sono proprio le donne proletarie a vedere per prime un peggioramento ulteriore delle loro condizioni di vita: sono loro le prime ad essere licenziate; se hanno il lavoro sono proprio loro che subiscono maggiormente la precarizzazione mascherata da incentivo all’occupazione; quando poi si tratta di cercarlo, l’essere donna e peggio ancora se madre, è un handicap; inoltre sono le prime che vedono la cancellazione dei diritti come ad esempio quello più elementare alla maternità. Soprattutto su di loro pesano e peseranno sempre di più i tagli sulla spesa pubblica, perché se da un lato il governo taglia sulla sanità e assistenza a malati, disabili e anziani e sull’istruzione (scuola e asili), dall’altro questo lavoro ricade per forza di cose sulle famiglie. All’interno di esse le donne devono supplire, senza che ciò venga nemmeno riconosciuto, tutto un lavoro di assistenza che dovrebbe essere garantito dalle istituzioni. Tutto questo viene poi legittimato rilanciando un’ immagine reazionaria, tanto cara alla tradizione fascista e cattolica, della donna. Essa viene dipinta come “angelo del focolare” che deve occuparsi esclusivamente della casa e dei figli, da qui gli attacchi contro la legge 194 (legge che garantisce il diritto di interrompere la gravidanza) che invece rappresenta una conquista ottenuta con la lotta di tante donne, o in alternativa come donna-oggetto, una sorta di Barbie che deve avere come unica preoccupazione il mantenimento delle sue fattezze estetiche accattivanti. Per non parlare dei modelli propagandati della donna- manager stile Marcegallia e della donna-soldatessa, come se sfruttare i lavoratori o andare a bombardare i popoli nelle missioni di guerra potessero essere esempi di emancipazione. Noi crediamo invece che l’emancipazione sia rappresentata dalle tante donne che, presa coscienza della loro condizione oggettiva di sfruttate, hanno deciso e decidono di lottare unite agli altri oppressi per difendere i loro diritti, per una società diversa senza più sfruttatori e contro la violenza su cui la borghesia fonda il mantenimento del suo potere. Non è un caso che da sempre su queste donne si abbatta la repressione con violenza e vengano dipinte dalla borghesia e dai suoi mezzi di disinformazione come pazze criminali, streghe, sbandate, deviate da qualche uomo di turno. Esse invece rappresentano un esempio di coraggio per le altre donne e per tutti gli sfruttati. Infatti il ruolo delle donne è strategico nella lotta di emancipazione del proletariato, senza di esse non ci può essere un effettivo cambiamento come l’effettiva emancipazione della donna passa solo attraverso la lotta. In questa giornata non possiamo che abbracciare con profonda solidarietà di classe tutte le compagne e le donne prigioniere nelle carceri imperialiste che stanno vivendo la faccia più violenta della società capitalista, a loro va il nostro più affettuoso saluto.
Per tutto questo, come comunisti, gridiamo con forza che le due metà del cielo, unite, devono tuonare insieme contro una società che ci vuole sfruttati e silenziosi.

Amarilli Caprio, Alessandro Toschi, Alfredo Mazzamauro, Federico Salotto, Michele Magon.
Marzo 2009

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