QUANDO IL NEMICO HA PAURA…

Con l’inchiesta del 10 giugno e la sua prosecuzione con gli arresti di gennaio, la procura di Roma ha imprigionato otto compagni accusandoli di associazione sovversiva. Le indagini sono finalmente chiuse dal marzo scorso. I pubblici ministeri insistono nell’opera di annientamento del pensiero e della pratica rivoluzionari. Il loro compito da sempre è imprigionare coloro che non si sottomettono alle logiche di sfruttamento di questo sistema e che ne mettono in discussione l’ordine costituito perché chiamano con il loro nome le politiche imperialiste e guerrafondaie e svelano le mistificazioni su cui si basa, portandone alla luce le responsabilità. La critica radicale al capitale ed ogni proposta alternativa al modo di vivere della borghesia diviene oggetto di controllo e repressione, tanto più in un momento come questo in cui la sudditanza e l’omologazione sono i presupposti perché le contraddizioni restino sopite, assicurando ancora allo Stato la sua sopravvivenza. Tanto più in una fase come questa in cui il proletariato non ha fatto ancora i conti con un periodo di riscossa i cui frutti sono stati evidenti, fino a che la mannaia della propaganda non è riuscita a cancellarli e le macerie non sono riuscite a sovrastare le vittorie. Tanto più in una fase come questa in cui la politica imperialista viene portata avanti da tutti gli schieramenti, in cui il governo italiano si schiera a favore di Israele e dei suoi genocidi, in cui lo sterminio delle popolazioni serve per conquistarsi un posto nella spartizione dei territori e delle risorse. Con l’approvazione di tutti. Di fronte a questo panorama desolante, rompere la calma piatta e chiamare assassinio chi assassino è, rendendo note le industrie che riforniscono di armi l’esercito israeliano (come hanno fatto alcuni degli indagati) è senza dubbio sovversivo e pericoloso. Certo, ci si potrebbe domandare per chi! Con questa inchiesta ribadiscono per l’ennesima volta che i paladini del regime democratico vivono e vivranno al solo scopo di distruggere le menti e i corpi dei loro nemici, come è stato nel caso dell’omicidio di Diana Blefari! I pm l’hanno lasciata spegnere nel totale isolamento, sperando che le sue precarie condizioni di salute la portassero a fare dichiarazioni sui propri compagni detenuti. Il modello si ripete ogni volta: di inchieste con nomi fantasiosi la penisola è piena (operazione nottetempo, operazione ardesia, operazione anticorpi, operazione brushwood, operazione tramonto…); ogni gesto, passione ed idea vengono analizzati con la lente del codice penale e, con la complicità della stampa, vengono decostruite, ricostruite e date in pasto ai benpensanti: lo scoop sensazionalistico è compiuto e tutto deve essere metabolizzato tramite la spettacolarizzazione. Ma i media non sono solo strumento di propaganda, bensì vero e proprio mezzo di proseguimento delle lavoro dei magistrati perché ciò che conta non è tanto (non solo) rinchiudere i compagni, bensì preparare il terreno per cui condanne spropositate ottengano il plauso del pubblico ovvero connotare la rivoluzione negativamente in modo che i proletari la rifuggano. E purtroppo l’indifferenza generale con cui queste indagini vengono accolte testimonia che il risultato è stato raggiunto e che il livello di coscienza è ai minimi storici. Mentre a noi poco importa se i compagni sono colpevoli o innocenti perché non commettiamo l’errore di condurre una politica che corre dietro ai magistrati ed ai loro metodi. Il loro obbiettivo è spezzare l’identità rivoluzionaria, terrorizzare e allontanare, separare i rivoluzionari dai fermenti di lotta. Il nostro è ribaltare il piano delle accuse, combattere il tentativo di isolare e deviare il percorso dei compagni e portare avanti lo scontro. La ragione di un attacco così virulento da parte delle istituzioni sta nella preoccupazione che il capitale nutre per la sua condizione malata e soprattutto nel timore che i rivoluzionari incutono. Il messaggio è spero proprio di sbatterti in carcere per un bel po’, ma se non ci riuscissi comunque ti rendo l’esistenza difficile, così magari avrai meno tempo e voglia di ribellarti. I signori dell’imperialismo non possono permettersi nell’epoca della ‘guerra al terrorismo’ che nel centro del proprio dominio si sviluppino movimenti organizzati contro il loro potere. Hanno paura di perdere i loro privilegi. Vogliono che, mentre i loro margini di profitto si assottigliano sempre più rendendo più pesanti le condizioni di vita, proposte antagoniste alle idee dominanti siano falciate prima che si sviluppino nella coscienza collettiva poiché puntano ad indirizzare la protesta in senso reazionario (lavoratori contro lavoratori, italiani contro stranieri…) per nascondere il vero nemico. Infatti fino a quando la risposta alla crisi generale resta frammentata e succube delle centrali di controllo sindacale, partitico o associazionistico, la democrazia sa che il pericolo è manovrabile; il loro timore è che le istanze rivendicative si leghino nuovamente alle coscienze rivoluzionarie e che insieme tornino ad organizzare una comune lotta. Ed i magistrati, organo principe di repressione, ottemperano ad ordini precisi provenienti dalle centrali politiche dello stato. La controrivoluzione preventiva è la logica e il modo con cui lo Stato si rapporta con lo scontro di classe. Passano gli anni e questi signori ancora si illudono di poter affidare il controllo del dissenso ad un manipolo di agenti farneticanti. Non gli entra nella testa che la rivoluzione è un fiore che non muore, che la loro stessa esistenza determina di per sé il riprodursi del loro contrario. Sta nella logica degli inquirenti il fatto che certi ambiti di lotta, quelli che esprimono volontà incompatibili con il sistema, siano tenuti costantemente sotto tiro con un’inchiesta via l’altra. Costoro si sono dotati di strumenti studiati per i loro scopi, come il 270 bis; si tratta di un’imputazione tanto generica quanto arbitraria, una contestazione fumosa e quindi difficile persino da smentire, che anticipa grandemente la soglia di punibilità e per la quale l’onere delle prova sembra essere ribaltato dall’accusa alla difesa, tanto che chiunque protesta e combatte può vedersi accollare un’accusa di associazione sovversiva. In questo scenario l’unica solidarietà è quella che si esprime come azione politica militante, è quella che dice agli arrestati che fuori la lotta continua anche per loro, se è possibile più di prima. Il nostro compito ora non è né più né meno che la pratica rivoluzionaria; significa la capacità di continuare ad agire in termini critici, rifiutando l’omologazione e l’imposizione da parte del capitale sia dei suoi abusi che dei suoi modelli, esprimere un comportamento politico autonomo. La nostra lotta e la caparbietà a portare avanti la nostra opposizione non si arrestano; gli attacchi non ci abbattono, anzi saremo ancora più solidi nei nostri intenti, consapevoli che se il nemico ci attacca è perché facciamo bene il nostro dovere. Assemblea contro il carcere e la repressione assembleacontrolarepressione@gmail.com

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